Tutto è iniziato ieri mattina, con una spruzzata di acqua dal cielo.
Poi il sole ha fatto capolino dalle nuvole, per poi essere nuovamente soffocato da quegli odiosi ammassi grigi e bianchi.
Forse sembra una descrizione po' drammatica, però è solo questo che mi è venuto in mente.
Poco dopo aver scritto il post precedente (sull'uccello di Bocelli) ho ricevuto un sms e dopo una mezz'ora passata a lavarmi i denti (avete presente quei momenti in cui si è talmente immersi nei propri pensieri che anche il gesto più meccanico e rapido risulta un lavoro arduo e tremendamente lento?), ho raggiunto il mittente del messaggio e un altro amico nella solita monotona piazzetta.
Forse sto diventando metereopatico. O forse c'è un pensiero muto e oscuro che cresce velocemente dentro me ("Silence like a cancer grows", parafrasando Simon & Garfunkel).
Ma il solo stare fermo in un qualsiasi posto di questa inutile cittadina mi rende nervoso. O per meglio dire ansioso. Mi sento soffocare!
Subito ho proposto di spostarci.
Dapprima in una parchetto, che, per inciso, si trova di fianco al cimitero. Un vero mortorio!
Poi ci siamo seduti sul tetto di un garage abbandonato, guardando all'orizzonte.
E lì ho scorto un luogo a me molto caro: un nuraghe (tipica costruzione preistorica della Sardegna) che si trova ai confini del centro abitato, e sovrasta un'enorme pianura verde, punteggiata di bianco dalla zona industriale e dai piccoli paesi del circondario.
E allora ho iniziato a vagare con la mente.
Se non ci fossero state le antiche montagne della Sandalia (così veniva chiamata un tempo la mia isola) a confinarla, quella distesa avrebbe potuto protrarsi all'infinito.
Infinito. Subito questa parola ha assunto una connotazione ridicola nella mia testa: come posso chiamare con tale nome uno spazio contenuto dentro una piccola isola contenuta in un piccolo mare e facente parte di un piccolo stato?
E lì è uscito tutto ciò che senza emettere suoni urlava dentro me da tanto tempo: la voglia di andare via, di fuggire.
Di visitare luoghi nuovi.
Di avere una nuova concezione di INFINITO.
Perché sono stufo di meravigliarmi per le piccole cose.
Voglio vedere visi nuovi, nuove pelli. Nuovi occhi e abiti colorati.
Sentire lingue sconosciute e impronunciabili.
Insomma... semplicemente viaggiare! E al più presto.
Voglio visitare le grandi metropoli europee e americane, girare per gli studios di Hollywood e Bombay, incontrare le carovane dei beduini. Scalare le vette del Nepal e ascoltare i canti dei monaci. Fare un safari con i leoni e le zebre nella savana. Correre per la steppa e salire su una slitta in Russia. Bere fino a farmi male a Berlino. Incantarmi davanti a Stonehenge, pregando il Dio-Sole e le altre stelle. Essere illuminato dai vetri di Notre Dame e salire fino alla punta della Torre Eiffel. Vorrei tornare fra Las Ramblas di Barcellona per incontrare un mimo e scherzare con un clown.
E Londra. Londra che mi è entrata nel cuore. Londra grigia e colorata. Londra piena di gente e vuota di umanità. Dove tutte le strade portano lì e soprattutto partono da quella città che non scorderò mai e a cui penso come un sogno irraggiungibile.
Ma c'è una cosa che agogno più di ogni altra.
Supera la sete di successo e di conoscenza.
Voglio andare in posti che nessun occidentale ha mai sentito nominare e in altri che purtroppo e per fortuna si sentono troppo spesso. Luoghi dove la gente soffre. Dove i bambini non hanno diritto all'istruzione ma solo il dovere di uccidere. Luoghi nei quali non c'è acqua né cibo. E se ci sono, sono contaminati.
Luoghi dove forse c'è bisogno di me. Dove non sono indispensabile ma potrei essere certamente utile. Anche solo per donare un sorriso o posare un mattone. Per stringere la mano a un bambino mentre viene vaccinato, o giocare insieme a lui con un tappo e una botte (Yara, ti ringrazio per avermi raccontato tutte queste magnifiche esperienze).
A ogni modo il punto è questo: non mi sento a casa mia. Anzi, non lo accetto. E' uno spazio troppo piccolo per contenermi. Voglio l'immensità.
Voglio il mondo.
Un intero globo è stato creato da Qualcuno anche per me. E non c'è niente che mi tenga ancorato qui.
Anzi, pensandoci bene c'è.
Sono combattuto e insicuro.
Perché ora che le ho trovate non voglio perdere persone meravigliose.
Non voglio perdere gli amici veri che ho conosciuto o ritrovato questa Estate.
Non voglio staccarmi dalle mie radici. Dalla saggezza dei miei nonni.
Dal nido materno e dalla voce di papà.
Ma so che continuando a stare qua soffrirei sognando un mondo migliore.
E così vivo con la speranza di riuscire a toccarlo e viverlo nella realtà.
Solo allora avrò la sicurezza che sono nato per uno scopo e troverò il mio ruolo al mondo.
E se non sarò abbastanza forte da sopportare l'infinito, allora tornerò qua, nella terra che ora mi ospita e che tuttavia non chiamerò mai casa.
Cito un botta e risposta di ieri, avvenuto su una panchina al centro di un parchetto.
Chiudo lasciandovi una canzone di Dido, Life For Rent.
Poi il sole ha fatto capolino dalle nuvole, per poi essere nuovamente soffocato da quegli odiosi ammassi grigi e bianchi.
Forse sembra una descrizione po' drammatica, però è solo questo che mi è venuto in mente.
Poco dopo aver scritto il post precedente (sull'uccello di Bocelli) ho ricevuto un sms e dopo una mezz'ora passata a lavarmi i denti (avete presente quei momenti in cui si è talmente immersi nei propri pensieri che anche il gesto più meccanico e rapido risulta un lavoro arduo e tremendamente lento?), ho raggiunto il mittente del messaggio e un altro amico nella solita monotona piazzetta.
Forse sto diventando metereopatico. O forse c'è un pensiero muto e oscuro che cresce velocemente dentro me ("Silence like a cancer grows", parafrasando Simon & Garfunkel).
Ma il solo stare fermo in un qualsiasi posto di questa inutile cittadina mi rende nervoso. O per meglio dire ansioso. Mi sento soffocare!
Subito ho proposto di spostarci.
Dapprima in una parchetto, che, per inciso, si trova di fianco al cimitero. Un vero mortorio!
Poi ci siamo seduti sul tetto di un garage abbandonato, guardando all'orizzonte.
E lì ho scorto un luogo a me molto caro: un nuraghe (tipica costruzione preistorica della Sardegna) che si trova ai confini del centro abitato, e sovrasta un'enorme pianura verde, punteggiata di bianco dalla zona industriale e dai piccoli paesi del circondario.
E allora ho iniziato a vagare con la mente.
Se non ci fossero state le antiche montagne della Sandalia (così veniva chiamata un tempo la mia isola) a confinarla, quella distesa avrebbe potuto protrarsi all'infinito.
Infinito. Subito questa parola ha assunto una connotazione ridicola nella mia testa: come posso chiamare con tale nome uno spazio contenuto dentro una piccola isola contenuta in un piccolo mare e facente parte di un piccolo stato?
E lì è uscito tutto ciò che senza emettere suoni urlava dentro me da tanto tempo: la voglia di andare via, di fuggire.
Di visitare luoghi nuovi.
Di avere una nuova concezione di INFINITO.
Perché sono stufo di meravigliarmi per le piccole cose.
Voglio vedere visi nuovi, nuove pelli. Nuovi occhi e abiti colorati.
Sentire lingue sconosciute e impronunciabili.
Insomma... semplicemente viaggiare! E al più presto.
Voglio visitare le grandi metropoli europee e americane, girare per gli studios di Hollywood e Bombay, incontrare le carovane dei beduini. Scalare le vette del Nepal e ascoltare i canti dei monaci. Fare un safari con i leoni e le zebre nella savana. Correre per la steppa e salire su una slitta in Russia. Bere fino a farmi male a Berlino. Incantarmi davanti a Stonehenge, pregando il Dio-Sole e le altre stelle. Essere illuminato dai vetri di Notre Dame e salire fino alla punta della Torre Eiffel. Vorrei tornare fra Las Ramblas di Barcellona per incontrare un mimo e scherzare con un clown.
E Londra. Londra che mi è entrata nel cuore. Londra grigia e colorata. Londra piena di gente e vuota di umanità. Dove tutte le strade portano lì e soprattutto partono da quella città che non scorderò mai e a cui penso come un sogno irraggiungibile.
Ma c'è una cosa che agogno più di ogni altra.
Supera la sete di successo e di conoscenza.
Voglio andare in posti che nessun occidentale ha mai sentito nominare e in altri che purtroppo e per fortuna si sentono troppo spesso. Luoghi dove la gente soffre. Dove i bambini non hanno diritto all'istruzione ma solo il dovere di uccidere. Luoghi nei quali non c'è acqua né cibo. E se ci sono, sono contaminati.
Luoghi dove forse c'è bisogno di me. Dove non sono indispensabile ma potrei essere certamente utile. Anche solo per donare un sorriso o posare un mattone. Per stringere la mano a un bambino mentre viene vaccinato, o giocare insieme a lui con un tappo e una botte (Yara, ti ringrazio per avermi raccontato tutte queste magnifiche esperienze).
A ogni modo il punto è questo: non mi sento a casa mia. Anzi, non lo accetto. E' uno spazio troppo piccolo per contenermi. Voglio l'immensità.
Voglio il mondo.
Un intero globo è stato creato da Qualcuno anche per me. E non c'è niente che mi tenga ancorato qui.
Anzi, pensandoci bene c'è.
Sono combattuto e insicuro.
Perché ora che le ho trovate non voglio perdere persone meravigliose.
Non voglio perdere gli amici veri che ho conosciuto o ritrovato questa Estate.
Non voglio staccarmi dalle mie radici. Dalla saggezza dei miei nonni.
Dal nido materno e dalla voce di papà.
Ma so che continuando a stare qua soffrirei sognando un mondo migliore.
E così vivo con la speranza di riuscire a toccarlo e viverlo nella realtà.
Solo allora avrò la sicurezza che sono nato per uno scopo e troverò il mio ruolo al mondo.
E se non sarò abbastanza forte da sopportare l'infinito, allora tornerò qua, nella terra che ora mi ospita e che tuttavia non chiamerò mai casa.
Cito un botta e risposta di ieri, avvenuto su una panchina al centro di un parchetto.
Marco: "Che tranquillità che c'è qua!"
Io: "Non è tranquillità. Si chiama desolazione."
Chiudo lasciandovi una canzone di Dido, Life For Rent.
I haven't ever really found a place that I call home
I never stick around quite long enough to make it
I apologize that once again I'm not in love
But it's not as if I mind
that your heart ain't exactly breaking
It's just a thought, only a thought
But if my life is for rent and I don't learn to buy
Well I deserve nothing more than I get
Cos nothing I have is truly mine
I've always thought
that I would love to live by the sea
To travel the world alone
and live more simply
I have no idea what's happened to that dream
Cos there's really nothing left here to stop me
It's just a thought, only a thought
But if my life is for rent and I don't learn to buy
Well I deserve nothing more than I get
Cos nothing I have is truly mine
If my life is for rent and I don't learn to buy
Well I deserve nothing more than I get
Cos nothing I have is truly mine
While my heart is a shield and I won't let it down
While I am so afraid to fail so I won't even try
Well how can I say I'm alive
If my life is for rent and I don't learn to buy
Well I deserve nothing more than I get
Cos nothing I have is truly mine
If my life is for rent and I don't learn to buy
Well I deserve nothing more than I get
Cos nothing I have is truly mine
Cos nothing I have is truly mine
Cos nothing I have is truly mine
Cos nothing I have is truly mine
