24 ottobre 2008

Pena di morte e tortura. Quando i diritti umani vengono calpestati.

Ho appena ritrovato un saggio breve che credevo andato perso in chissà quale archivio della scuola. Fortunatamente era per un concorso, dunque era d'obbligo la stesura digitale, in modo da poter inviare il materiale per e-mail.

Si tratta di un compito sui diritti umani, il cui tema principale era festeggiare i primi 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo ONU del 1948.

Avrei dovuto fare il solito tema tipo "Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale le Nazioni Unite fecero una carta che grazie a Dio - sempre sia lodato - ha impedito a tanti uomini brutti e cattivi di nuocere gravemente al loro prossimo.", ma ho sempre avuto uno spirito (molto) critico e non scriverò mai saggi così paraculo - se non sotto contratto, ovviamente.
Tra l'altro le premiazioni sono state questi giorni a Strasburgo (bravo Anto! porta onore alla scuola!).

Non ho tratto alcuna conclusione, e nel finale (così come in tutto il testo) ho lasciato ampi spazi al lettore, grandi interrogativi che richiedono risposte dopo un'attenta ricerca di informazioni.

E così vi posto il contenuto del mio scritto, incentrato prevalentemente sulla pena di morte e la tortura. I riferimenti storici erano obbligatori, e, dato che state imparando a conoscermi, capirete bene quanto mi sono autocensurato e quante dosi di diplomazia ho dovuto farmi prima di iniziare a scrivere.

Alla fine troverete una canzone stupenda di Enrico Ruggeri e Andrea Mirò: "Nessuno Tocchi Caino".

“Il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo non è oggi tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli” diceva Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della politica e storico del pensiero politico, nel 1996. A distanza di dodici anni da questa affermazione (e sessanta dalla approvazione da parte dell’Associazione Generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) la situazione globale non è cambiata di una virgola. La catena del rispetto della dignità degli individui continua infatti ad avere degli anelli deboli. Quello più evidente risulta essere proprio il fatto che tutti gli umani sono uguali solo “a parole”. Tortura, pena di morte, omicidi “legali”, lavoro minorile, maltrattamenti sulle donne… la lista potrebbe continuare all’infinito. Proprio perché infiniti sono i casi in cui le condizioni di vita – e spesso le vite stesse – di tante persone al mondo non vengono tutelate.
La storia dei diritti umani inizia per convenzione nel 1776 con la Dichiarazione della Virginia. Nei secoli successivi il mondo occidentale ha assistito ad almeno un’altra ventina di trattati su come il diritto alla vita debba essere assolutamente rispettato.
In realtà già i grandi filosofi, e prima di loro i profeti, i patriarchi, i pensatori orientali e un’infinità di personaggi storici di grande rilievo hanno combattuto, o perlomeno predicato, per l’uguaglianza dei popoli e di ogni individuo; anche se solo nel 1948, dopo un travagliato percorso fra Europa e Stati Uniti d’America (basta ricordare la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino da parte dell’Assemblea Costituente francese nel 1789, redatta subito dopo la Rivoluzione), si è arrivati a stilare quella che dovrebbe essere la dichiarazione ultima ed universale dei diritti. “Dovrebbe”. Questo verbo non è usato a caso: dopo di essa sono sorte diverse altre carte sui diritti, rivelandone lacune e mancanze, specialmente sul lato pratico. Tanto per citare alcune convenzioni: “Convenzione sull’eliminazione della discriminazione razziale” (New York, 1966), “Convenzione ONU contro ogni forma di discriminazione contro le donne” (New York, 1979), “Carta Africana sui diritti umani e dei popoli” (Nairobi, 1981), “Convenzione ONU contro la tortura ed altri maltrattamenti e punizioni crudeli, inumane e degradanti” (New York, 1984), “Convenzione sui diritti del fanciullo” (New York, 1989), “Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’Islam” (Il Cairo, 1990).
Da questi dati risulta chiaro che fino ai giorni nostri i diritti continuano ad essere violati e calpestati, e i popoli esigono a gran voce protezione e rispetto.
Gli intellettuali africani a partire dagli anni ’70 e poi, nel 1993 durante la “Conferenza mondiale dei diritti umani” a Vienna, i rappresentanti politici di alcuni paesi asiatici hanno addirittura mosso l’accusa di etnocentrismo contro la Carta ONU. Si può rispondere a tali affermazioni esaminando il fatto che “la dichiarazione universale utilizza il linguaggio e la concezione giuridica della cultura occidentale. Ma da ciò non consegue, ovviamente, che le dottrine che ne stanno alla base abbiano una validità ristretta o limitata. Se la terminologia può essere specifica di una certa cultura, non lo sono certo i principi che essa esprime” (Rapporto di Amnesty International, 1998).
Bisogna capire però che il non rispetto dei Diritti non avviene solo nei paesi del Terzo Mondo, o comunque lontani dalla realtà occidentale, ma anche “a casa nostra”.
È sconcertante infatti che nel 2008 continuino ad essere realtà tangibili la tortura e la pena di morte in paesi leader nella cultura e nell’economia mondiale, che, data la loro influenza internazionale, dovrebbero perlomeno dare il buon esempio. Primi fra tutti gli Stati Uniti d’America, dove questi fenomeni sono tristemente diffusi.
Amnesty ha rilasciato un rapporto secondo il quale in 150 paesi (su 195 presi in esame) maltrattamenti e punizioni corporali sono operati all’ordine del giorno dagli agenti delle forze dell’ordine, sia nelle carceri che come mezzi estremi di indagine. Quelli più diffusi sono percosse (inflitte con pugni, bastoni, calci di pistola, fruste improvvisate, tubi di ferro, mazze da baseball, fili elettrici), stupro e abusi sessuali, elettroshock (accertato in 40 paesi), sospensione del corpo, colpi di bastone sulla pianta dei piedi, soffocamento, nonché finte esecuzioni, minacce di morte e detenzioni di isolamento, che rientrano nel campo della violenza psicologica.
Chiunque può essere vittima di torture. Solitamente si tratta di criminali comuni, spesso appartenenti a minoranze etniche, culturali e religiose, quindi non considerati alla pari dei poliziotti, o chi per loro crede di poter fare le veci della giustizia con metodi veramente poco ortodossi. È corretto dunque affermare che razzismo e violazione dei diritti fondamentali vadano di pari passo. La maggioranza delle vittime della brutalità in Europa e negli States sono rispettivamente popolazioni rom e persone di colore, sui quali da sempre circolano leggende metropolitane e pregiudizi. Dalla strage dell’11/09 si è inoltre alimentata una forte xenofobia nei confronti delle etnie mediorientali. Tutti questi gruppi di individui vengono dunque trattati in quanto inferiori, senza i medesimi diritti dell’uomo bianco occidentale, solo per la loro diversità apparente, dovuta al colore della pelle, al credo o alla cultura natali.
Strettamente connesso col fenomeno della tortura, almeno dal punto di vista della dignità umana, è quello della pena di morte.
In tanti paesi al mondo le esecuzioni di stato, spesso pubbliche ed attuate in modo poco ortodosso, sono una realtà quanto mai diffusa e frequente.
Dagli States emerge inoltre un fatto allarmante. Amnesty riporta infatti che dal Gennaio 1990 al Maggio 2002 sono state ben 15 le condanne a morte di minorenni. Tutti cittadini americani di diciassette anni; tutte esecuzioni che vanno contro tratti internazionali quali il “Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici” (art. 6 (5)), la “Convenzione sui Diritti dell’Infanzia” (art. 37 (a)) e la “Convenzione Americana sui Diritti Umani” (art. 4 (5)), che vietano, in diversa forma, la pena di morte e l’ergastolo per delitti commessi da persona che avevano meno di diciotto anni al momento del reato.
È vergognoso che in una società civilizzata non venga tutelato il diritto alla vita e alla dignità, specie di un minore, che non è in grado di comprendere la gravità di una propria azione, né tantomeno il valore dell’esistenza. Lo Stato diventa in troppi casi criminale, abbassandosi al livello di un assassino.
Ma chi è in grado di decidere della vita del prossimo suo? Per quanto grave sia il crimine, è davvero giusto uccidere? È davvero una punizione o più che altro un’abbreviazione della pena del senso di colpa di un assassino? E lo Stato non è esso stesso un criminale? Chi, se non Dio, può decidere dell’esistenza di un essere umano?
Finché i Paesi civilizzati adotteranno questi sistemi di terrore non solo l’uomo continuerà a commettere delitti di grave entità, ma sarà anzi incitato o giustificato a farlo, pensando di operare secondo giustizia.
È inoltre importante chiarire che il fine stesso delle carceri dovrebbe essere quello di isolare dalla società individui dannosi, e punirli con la negazione della libertà, recludendoli in un luogo dove non possano nuocere agli altri e contemporaneamente migliorarsi ed espiare le proprie colpe.
Finché l’uomo si metterà al posto di Dio e continuerà a giudicare e condannare i suoi simili, la tutela dei diritti sarà solo un’utopia.
È giusto punire per un reato, ma la legge del taglione, o di un ideale contrappasso terreno, non è certo la soluzione. Alla morte si deve rispondere con la Vita.
Ritengo che si debbano prevedere sanzioni per gli Stati che si rendono assassini e non tutelano i diritti dei cittadini, giudicandoli e maltrattandoli per il loro colore, il loro passato e le loro idee.
Bisogna insomma capire quanto importante sia la Vita. Quanto preziosa e unica sia. E quanto soprattutto sia fragile e vada protetta.





Io sono l'uomo che non volevi,
sono più di tutto quello che temevi.
Domattina sai che ti porterò
al di là dei tuoi stessi pensieri.

E' tutto pronto perchè non sbaglio,
ho curato fino al minimo dettaglio.
Quando punterai gli occhi dentro ai miei,
io saprò sostenere lo sguardo.

Il mondo non passa da qui
e non mi importa più di me;
troppi giorni chiusa ad aspettare che
si allargasse il cielo e scendesse su di noi
una mano e un gesto di pietà,
una mano e un segno di pietà.

Il corridoio si stringe ancora,
lo dovrai vedere solo per un'ora.
E' il lavoro mio, è la vita mia;
a eseguire il destino s'impara.

Ma non mi scordo del primo uomo;
ho bevuto per non chiedergli perdono.
Non moriva mai, non finiva mai.
Ma ti abitui a tutto, non lo sai?

Il mondo non passa da qui
e il mio pensiero è andato via,
oltre a queste sbarre fino a casa mia.
C'è lo stesso cielo che domani avrà
una firma e un gesto di pietà,
una mano e un segno di pietà.

Tutto è compiuto perfettamente,
oramai qui non si sbaglia quasi niente.
Controllate voi, due minuti e poi
io potrò tornarmene dai miei,
perchè anch'io ho moglie e figli miei.

Il mondo non passa da qui,
ma la mia anima è già via
e dall'alto guarda fino a casa mia.
C'è lo stesso cielo, che domani avrà
una croce e un gesto di pietà.

Io sono qui e la mia anima non è
solo un numero appoggiato su di me:
è una luce bianca andata dove sa,
tra le stelle e un gesto di pietà,
oltre il cielo dove c'è pietà